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Governare il cambiamento di una città che sta crescendo

La struttura demografica della città, complessa ed intrecciata, non solo è identificabile nell’elevato indice di vecchiaia, al quale si collega il bisogno di cura e tutela delle persone non autosufficienti, ma soprattutto è sollecitata da un aumento della presenza straniera. Tale struttura si pone come indicatore delle problematiche del mutamento sociale, un mutamento che assume talvolta le forme del disagio urbano, legato alla scarsa disponibilità di soluzioni alloggiative, soprattutto per le fasce più deboli, o che incide sugli stili di vita delle famiglie con conseguenti criticità sul piano della definizione dei ruoli genitoriali e produce la nascita di nuovi modelli familiari dovuti in particolare al fenomeno dell’immigrazione e dei “ricongiungimenti”.
La popolazione residente infatti aumenta, invertendo il trend negativo che aveva caratterizzato le città fino ai primi anni del 2000: è evidente un incremento delle fasce più giovani che abbassano l’indice di vecchiaia, come è ugualmente evidente un raddoppio della percentuale di presenza straniera, composta al suo interno da oltre il 90% di provenienze da quei paesi che maggiormente esercitano una pressione migratoria.
Una fase sicuramente di transizione e per questo maggiormente critica, che richiede  adeguate forme di gestione per evitare che le diverse parti del sistema sociale   sopravvivano senza stretti legami reciproci, come un aggregato composito e non come comunità organica.
Ciò ha richiesto, e richiederà sempre più in futuro, modalità di risposta diversificate e specializzate che peraltro già si ritrovano negli interventi e nei servizi sociali attivati; non solo un “nuovo approccio alla multiculturalità” ma anche gestione degli spazi collettivi, orientato ad aumentare in tutti i cittadini le capacità ad interagire con le diversità.
Gli interventi sociali e sociosanitari si collocano attualmente in un quadro legislativo significativamente mutato: gli stessi princìpi della legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali (n. 328/2000) e la recente legge regionale (n. 12/2006) ispirata a scelte di democrazia, partecipazione e integrazione, non possono che realizzarsi con il concorso di una pluralità di attori, istituzionali e non, pubblici e privati, rispetto ai quali sono distribuiti ruoli e responsabilità, competenze e risorse.
Il welfare municipale dovrà quindi superare la visione dell’intervento sociale quale intervento di assistenza, basato esclusivamente sull’erogazione di prestazioni ad un pubblico delimitato da evidenti caratteristiche di disagio o svantaggio, con un approccio semplicemente riparatorio (politiche passive), per assumere come punto di riferimento i bisogni della comunità nel suo complesso, in un’ottica di sviluppo locale.  Politiche sociali attive quindi, non più come frutto di interventi marginali, residuali, ad esclusiva gestione pubblica, e di conseguenza “pesanti” in termini di bilancio in quanto privi di qualsiasi indice di investimento o rinnovamento, ma azioni precise volte a cogliere la crescita qualitativa della domanda.
In questo senso è necessario parlare congiuntamente di responsabilità e di innovazione, dotarsi di un’attenzione a quei nodi critici delle politiche sociali del territorio, individuando percorsi progettuali che da un lato coinvolgano tutti i soggetti sociali pubblici e privati (responsabilità) e dall’altro introducano reali cambiamenti nelle modalità di governo e gestione dei servizi (innovazione).